Soulseek

Idee svoltose #6: Soul Seek, il primo social network per me.

Da brava nostalgica quale sono, da qualche giorno sto rimuginando su come fosse usare Internet una decina di anni fa. E capita a fagiolo, visto che ieri è stato il compleanno del web (ma di questo vi racconterò in seguito).
Stavolta pertanto ho deciso di fare un piccolo strappo alla regola e anziché presentarvi un’idea innovativa che possa agevolarvi nella vostra navigazione quotidiana, vi racconterò di un programma a me molto caro, ormai non più in voga.

 

Le sensazioni che mi sono rimaste più impresse del web di un tempo riguardano senz’altro le mille difficoltà legate alla connessione: il tempo che mi era concesso era poco, la navigazione costosa e i ritmi lentissimi, quasi sfibranti.
Eppure tutto era più nuovo di quanto non lo sia oggi e ancora più emozionante perché completamente inesplorato.

 

Oggi invece sappiamo benissimo cosa voglia dire utilizzare un social network, il concetto di rete è entrato nel nostro senso comune e l’idea di poter comunicare con una persona che sta dall’altra parte del mondo non ci risulta poi tanto straordinaria.
Al tempo invece, e non più di una decina di anni fa, l’idea di mettere in condivisione parte della propria sfera personale, era ancora del tutto innovativa e poco praticata.
Proprio per questo motivo, ricordo ancora il piacere lo stupore che ho provato la prima volta che ho sentito parlare di Soulseek (SLSK).
SLSK entrò nel web come client gratuito per la condivisione e lo scambio di files online, distinguendosi nel panorama dei peer-to-peer per alcune interessanti peculiarità.
Questo programma permetteva infatti la condivisione e lo scaricamento di qualsiasi tipo di file, non necessariamente mp3 e funzionava così: il client utilizzava (utilizza) un network/server proprio che consentiva di dare delle priorità agli utenti inclusi  una lista, oltre alla possibilità di saltare ogni coda pagando un piccolo contributo di 5 $, valido per una settimana. Ma quello che ha contribuito di più alla sua diffusione, specialmente tra gli appassionati di musica elettronica, sono stati senz’altro alcuni piccoli,  ma efficaci servizi come le chatroom e la possibilità di includere gli utenti preferiti in liste, facendoli diventare propri “amici“. Era infatti possibile esplorare tutte le cartelle messe in condivisione dagli utenti e visionare così una sorta di catalogo messo a disposizione da ognuno, curiosando nei loro interessi, scoprendo nomi di nuovi artisti e titoli di film sconosciuti.

 

Sebbene poi di fatto, questa applicazione si sia sviluppata attorno alla condivisione di file scaricati in modo illecito, rimane comunque viva l’intuizione che ne ha consentito il successo: ovvero quella di mettere a fattor comune i propri interessi, lasciar entrare perfetti sconosciuti nel proprio privato e scambiare con altri pezzi della propria “libreria” digitale in modo totalmente gratuito. Quello che non era consentito per vie legali, è stato praticato a lungo dagli utenti trovando altre vie, altri sistemi e tecnologie che consentissero l’interscambio di cultura, conoscenza e informazioni. Spesso, anche senza il consenso degli artisti, sui peer-to-peer è avvenuta un’incredibile diffusione dei loro prodotti (basti pensare che i Baustelle e i Perturbazione li ho conosciuti spulciando hard disk altrui), attraverso le reti e l’opera dei più o meno “consapevoli” divulgatori online di cultura che da semplici consumatori, sono ormai diventati veri e propri partecipanti attivi delle Rete e del mercato, con tutti i pro e i contro del caso.

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